Ecco come lavare un paio di pantaloni in cinque facili passi:
1 – Lavare a 40 gradi
2 – Il triangolo no (non l’avevo considerato)
3 – Mentre la lavatrice fa le sue cose, risolvere il problema della quadratura del cerchio
4 – Stirare
5 – Anche il cerchio, come il triangolo, meglio di no.
In una specie di universo parallelo al nostro, in cui l’Europa e l’Italia sono separate da milioni di anni luce e tra esse non è possibile nessuna comunicazione, si è svolta nei giorni scorsi a Oslo (senza appunto che nessuno in Italia lo sapesse) l’edizione 2010 dell’Eurovision (che una volta si chiamava Eurofestival). Se qualcuno non sapesse nemmeno cosa sia, lo dico in poche parole: è una specie di festival di Sanremo, ma qui le canzoni sono ascoltabili, il pubblico non ha un’età media di settant’anni, l’atmosfera è decisamente più “baraccona”, e la rai non accampa stupidi diritti sulle canzoni, censurando chi osasse pubblicarle su youtube: anzi, si possono ascoltare tutte sul sito dalle pagine dei partecipanti (con tanto di testi).
Proprio come da noi.
PS: per esempio, qui il video del pezzo del gruppo Lituano
…lo dico io: oggi sarebbe la giornata mondiale contro l’omofobia (e Napolitano dovrebbe pure incontrare i portavoce di varie associazioni GLBT nazionali).
Non capisco onestamente se sono io che non colgo l’essenza della cosa (e magari mi sto perdendo qualcosa di interessante), oppure se davvero non ci sia un senso. Vanno di moda ultimamente questi cosiddetti widgets che sarebbero dei programmini che si mettono sul desktop e con grafica variamente accattivante svolgono una serie di attività dall’inutile allo scarsamente utile: dirti che tempo farà, dirti l’ora, permettere di prendere qualche appunto, eccetera. Ci sono dappertutto, su Linux, MacOsX, Windows.
E però, se stanno sullo sfondo (o desktop che dir si voglia), a che cappero servono? Io il desktop ce l’ho sempre coperto di finestrone e finestrine. Come cavolo dovrei accedere a queste cose? Spostando le finestre a destra e a manca? Qualcuno mi spiega questa roba???
Devo dire che negli ultimi mesi (parecchi) mi sono fatto un po’ distrarre da quelle mi sembravano essere la naturale evoluzione dell’uso che facevo del blog: comunicare un’idea, un’opinione, o anche banalmente un link interessante, per poi eventualmente discuterlo con qualcuno.
Così ho provato ad buttarmi su Facebook, ma sono stato deluso dalla eccessiva volatilità dei contenuti: in capo a un giorno diventa quasi impossibile trovare i post vecchi, e di avere un archivio di quello che hai scritto non se ne parla nemmeno.
Mi sono creato un Tumblr, ma è troppo unidirezionale: non si possono commentare i post, se non con molti accrocchi, e poi è veramente troppo telegrafico.
Poi è arrivato Google Buzz, che funziona anche molto bene per condividere un post dai propri feed, vista l’integrazione con Google Reader, ma insomma, a quel punto si accetta veramente di avere solo un ruolo di “passacarte”.
Allora torno al blog: perché a me tutto sommato non dispiace scribacchiare ogni tanto qualche scemenza, anche se non la leggono in tanti; mi piace lagnarmi di quello che non mi va (e anzi anticipo già che il prossimo posto sarà di questo genere); mi piace raccontare i miei pensieri (quando ho tempo per averne); mi piace avere un posto da usare anche come discarica per tutta la rumenta che mi rimbalza a volte nella testa.
E quindi, si riparte (almeno fino a prossima pausa…)
Ogni tanto leggo da frange più o meno cattoliche conservatrici opinioni sui Gay Pride che grossomodo si possono riassumere con “è una carnevalata”.
Vogliamo allora parlare di questo?
Non si tratta di una rievocazione medioevale, eh. Questa è gente che va in giro con un saio, un mantello, dei sandali, tre o quattro amuleti appesi al mantello e alla cintura, e magari un cilicio sotto la gonna. Secondo me i “disturbati” sono loro, altro che i gay
I torinesi sono abituati male: sanno che quando devono salire su un mezzo pubblico, se per caso lo vedono arrivare alla fermata, allora è meglio che si mettano a correre, perché prima che ne passi un altro può trascorrere mezz’ora.
Di conseguenza, anche se la metropolitana funziona diversamente (in certi orari ne passa una ogni tre-quattro minuti) la gente entra nelle stazioni scapicollandosi di corsa giù dalle scale (perché in ogni istante è probabile che ce ne sia una che parte), invece che prendersela comoda (visto che in ogni istante è probabile che ce ne sia una che arriva).
Magari è la vecchiaia che avanza, e con lei la consapevolezza di non essere brillante come quando avevo vent’anni. O magari al contrario, è l’infanzia che non è mai finita, e la maturità che arrivando non si è mai portata via quello stupido bisogno di conferme e di apprezzamenti che ho sempre avuto.
Qualunque cosa sia, è bello sentirsi dire “sei molto bravo” da qualcuno che a tua volta stimi.
Ho trovato questo video su youtube, e mi ha fatto tornare ai tempi intorno al 1990, quando non c’era Internet e i floppy da 3 pollici e mezzo erano il meglio che ci fosse.
Allora come oggi la pirateria informatica era il modo con cui i disgraziati poveracci ragazzotti adolescenti senza introiti riuscivano ogni tanto a giocare a qualcosa su macchine che oggi non useremmo nemmeno come calcolatrici. Ora, io so benissimo che molta gente non ha mai vissuto in un mondo senza Internet, senza peer to peer, senza torrent, senza DVD, senza chiavette da svariati giga. E allora, a beneficio di costoro, come funzionava all’epoca la pirateria?
Beh, era un casino, ma c’erano diversi canali. C’era il negozio “di fiducia” che tirava fuori da sotto il bancone un porta-floppy, e per sole cinquemila lire a floppy ti faceva sul momento una copia dei giochi che volevi. Negozi che tipicamente vendevano tutt’altro che videogiochi (anche perche` praticamente non esisteva un vero mercato dei videogiochi), e che di ogni gioco che usciva ordinavano ai distributori esattamente una copia (e chissà come mai).
E poi c’erano gli spacciatori semi professionisti. Quelli che per cinquantamila lire al mese ti facevano un “abbonamento”. Ce n’era uno nella scuola in cui mi sono diplomato. Ogni mese arrivava con una scatola di cartone contenente 50 floppy, con etichette scritte e riscritte e cancellate e riscritte. Io avevo fatto “l’abbonamento” con altri due compagni di classe, altrimenti sarebbe stato troppo costoso. Mi portavo a casa la scatola e in un pomeriggio provavo tutti i floppy: tipicamente su cinquanta floppy ci stavano circa una trentina di giochi, i più dei quali assolutamente sconosciuti ed orrendi. Effettuavo una rapida selezione, aiutato da fide riviste infarcite di recensioni e opinioni, e partivo a copiare floppy in triplice copia. Tutto questo andava ovviamente bene quando i floppy funzionavano. Ma i floppy sono un ricordo sufficientemente recente e penso che tutti sappiate che i floppy spesso non funzionavano affatto (a tradimento, di solito: specialmente quando erano pieni di roba importante).
E infine c’erano i pirati professionisti, quelli che miracolosamente procuravano giochi ancora non pubblicati, che ottenevi scrivendo (come nel video) al fermo posta bla bla bla, che costavano un occhio della testa, ma che potevano servire a mettere su un piccolo giro di spaccio, come presumo facesse il nostro fornitore di fiducia.
Altri tempi. Devo che non mi mancano i floppy inaffidabili e lenti. Non mi manca non avere i soldi per comprarmi nemmeno un videogioco ogni tanto. Non mi manca nemmeno il pirata/spacciatore odioso e presuntuoso che sapeva di tenerci in pugno quasi come dei mezzi drogati. Né mi manca la sensazione di fare qualcosa di illegale, che francamente non mi è mai piaciuta.
Mi manca invece tutto sommato la sensazione di essere un pioniere. Mi manca il senso di meraviglia nello scoprire in tutta quella fogna ogni tanto autentiche perle. E mi manca il fatto di sapere che quel che stavo giocando stava influenzando in modo significativo il mio gusto, il mio modo di ragionare, il mio carattere, e che anche dopo quindici o venti anni ci avrei ripensato con affetto.