Il fascismo dei primi anni


Questa è una cronaca dei fatti del 18 dicembre 1922. Le ragioni per cui l’ho trascritta sono qui. In breve, non è più possibile oggi ancora affermare che “nei primi anni del fascismo aveva aspetti positivi” come ha dichiarato la capogruppo alla Camera di M5S Roberta Lombardi o che le leggi razziali o l’alleanza con la Germania nazista siano state punti di svolta negativi di un politica altrimenti positiva come ha fatto un certo stronzo.

Nel 1922 le leggi razziali (1938) erano ben lontane da venire, così come la seconda guerra mondiale. Eppure questo accadeva, a Torino, nel dicembre di quell’anno.

Antefatto

Basta sfogliare l’archivio storico della Stampa per scoprire che a Torino (come del resto in tutta Italia) non passasse una settimana senza che vi fosse uno scontro (spesso armato, a volte a fuoco) tra fascisti e operai, sindacalisti e in generale chiunque non fosse fascista. Questi scontri si concludevano solitamente con la distruzione di sedi sindacali, con pestaggi di numerosi operai, con abitazioni private date alle fiamme.

Il clima di violenze ed intimidazioni era pesantemente favorito dall’atmosfera politica. Il PNF aveva in mano la totale gestione dell’ordine pubblico tanto da parte della polizia quando delle squadre fasciste che l’affiancavano o vi si sostituivano. In tale atmosfera non pochi antifascisti sapevano quanto (poco) valesse la loro vita e molti giravano costantemente armati.

Uno di questi era il militante comunista Francesco Prato, tramviere. Già noto alle squadre fasciste per le sue attivià politiche, la sera del 17 dicembre 1922 subisce nei pressi di corso Savona vicino a via Nizza un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, il ferroviere Giuseppe Dresda e lo studente Lucio Bazzani mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.

Dopo il fatto la vita di Prato non vale più niente in Italia e il Partito decide di farlo espatriare prima in Svizzera e poi in Russia dove se ne perdono le tracce.

La Stampa riporta la notizia dello scontro a fuoco nell’edizione del 18 dicembre, così come il Corriere della Sera, per ovvie ragioni in termini diversi. Il titolo è “Fascisti aggrediti da sovversivi”.

Il giorno 18 in Torino erano già affluiti numerosi fascisti provenienti da altre città. Non è chiaro se quanto stava per compiersi fosse già pianificato da tempo per dare un preciso messaggio a tutta Torino, dove il movimento antifascista era già particolarmente vivace, o se fosse in effetti in risposta agli eventi del giorno precedente.

Alle 11.30 una cinquantina di fascisti fanno irruzione nella Camera del Lavoro, al numero 12 di corso Siccardi: vi trovano poche persone, tra le quali il deputato socialista Vincenzo Pagella ed il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero. Li bastonano e li lasciano andare. La strage doveva iniziare poi nel pomeriggio.

La strage

• Carlo Berruti

Verso le 13 una squadra di fascisti, dopo aver devastato la casa di Carlo Berruti alla ricerca di quest’ultimo, entra nell’ufficio delle Ferrovie di corso Re Umberto 48. Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, viene prelevato, caricato in auto e condotto in direzione Nichelino. L’auto si ferma in campagna, non distante dalla linea ferroviaria, dove alcuni operai al lavoro possono osservare la scena. Dichiarano « I fascisti erano tre o quattro. Scesero spingendo avanti uno, lo fecero andare per un sentiero e lui camminò tranquillo senza voltarsi [...] gli spararono tre o quattro colpi nella schiena [...] lui cadde giù. Ricordo che cadde lentamente. In fretta quelli salirono sull’auto e sparirono a gran velocità».

• Leone Mazzola

Nelle stesse ore un’altra squadra fa irruzione in un’osteria in via Nizza 300. Perquisiscono gli avventori, trovandone uno in possesso di una tessera del Partito Socialista. Lo feriscono con una revolverata. Leone Mazzola, gestore del locale, protesta e viene afferrato e trascinato nel retrobottega dove viene immediatamente preso a coltellate e quindi freddato a colpi di pistola.

• Giovanni Massaro

Fuggito dall’osteria di Mazzola durante l’irruzione dei fascisti, viene inseguito, raggiunto nel suo appartamento e ucciso con quattro colpi di pistola alla testa. Giovanni Massaro non era né comunista né altrimenti impegnato politicamente. Soffriva anzi di turbe psichiche, era stato più volte ricoverato in manicomio ed aveva commesso il solo crimine di indossare una tuta da operaio e di essersi dato alla fuga.

• Matteo Chiolero

Tramviere e militante socialista. In serata viene raggiunto nella sua casa in via Abegg 7 e freddato sulla porta, da lui aperta ai suoi assassini, di fronte alla moglie ed alla figlia di due anni.

• Andrea Ghiomo

Processato nel 1921 per l’omicidio del fascista Dario Pini, Andrea Ghiomo era stato trovato innocente ed assolto. Nonostante questo, viene prelevato da casa di amici, portato in strada, pestato a sangue e trascinato per i capelli. A un carabiniere che chiede spiegazioni, gli squadristi rispondono che lo stanno portando alla casa del Fascio. Ghiomo riesce a divincolarsi e a fuggire, ma viene raggiunto da una fucilata. Lasciato morente in via Pinelli, muore in ambulanza durante il trasporto in ospedale.

• Pietro Ferrero

Segretario della Federazione degli operai metalmeccanici di Torino. Già raggiunto dalla bastonate dei fascisti in mattinata, presso la Camera del Lavoro in corso Siccardi, Ferrero intuisce “il clima” della giornata ed evita di recarsi in luoghi dove possa essere trovato. In tarda serata, con il buio, commette l’errore di tornare alla Camera del Lavoro, forse per verificare l’entità dei danni. Trova la sede occupata dai fascisti, i quali lo vedono, lo riconoscono e lo catturano. Viene pestato a bastonate, calci e pugni, trascinato dentro e chiuso in una stanza. Verso mezzanotte viene trascinato fuori, legato per una caviglia ad un camion che lo trascina da corso Siccardi fino al monumento a Vittorio Emanuele II. Qui i fascisti si accaniscono ancora sul suo corpo (si spera cadavere); gli vengono cavati gli occhi e strappati i testicoli.

• Erminio Andreone

Operaio. Abitava con la moglie e figlio di un anno in via Alassio 25. Già cercato dai fascisti nel pomeriggio, viene trovato durante la notte, prelevato, portato in aperta campagna ed ucciso a colpi di pistola. La sua casa viene quindi devastata e data alle fiamme.

• Matteo Tarizzo

Ex operaio, poi messosi in proprio aprendo una piccola officina in via Madama Cristina. Durante la notte i fascisti sfondano la porta della sua casa in via Canova. Viene fatto rivestire, prelevato, portato in un prato vicino. Gli viene sfondato il cranio a bastonate. Ritrovato in un lago di sangue, coperto da alcune copie de «L’Ordine Nuovo», quotidiano che Tarizzo leggeva abitualmente.

• Angelo Quintagliè

Ex carabiniere, assunto poi dalle Ferrovie come uscere. La mattina del 19 dicembre, nell’ufficio da cui Carlo Berruti era stato prelevato il giorno precedente, esprime troppo interesse e “deplorazione” riguardo il fatto. Segnalato, viene raggiunto poco dopo da sei squadristi i quali lo aggrediscono a bastonate e lo uccidono infine a colpi di pistola.

• Cesare Pochettino

Sequestrato nella sua bottega insieme con il cognato Cesare Zurletti. Curiosamente Zurletti era manifestamente simpatizzante del fascismo, mentre Pochettino non si era mai interessato di politica. Nonostante le loro dichiarazioni e proteste, i due vengono portati in collina al limite di un burrone, dove i fascisti sparano su di loro. Pochettino, colpito, rotola lungo il pendio. Zurletti cade a terra con quattro colpi nella schiena, ma è solo ferito. Si salverà, perché i fascisti lo credono morto.

• Evasio Becchio

Nel tardo pomeriggio del 20 dicembre Evasio Becchio, operaio, insieme con il collega Ernesto Arnaud, viene prelevato durante un’irruzione in un’osteria di via Nizza. I due vengono caricati su un camion, portati in un prato e fucilati da un plotone di esecuzione improvvisato di fascisti armati di moschetto. Becchio muore sul colpo. Arnaud, ferito, viene ancora raggiunto da una coltellata che doveva essere il suo colpo di grazia; abbandonato, incredibilmente sopravvive.

• Altri

Numerose altre persone in quei giorni sono state uccise o ferite. Alcune aggressioni non furono mai denunciate. Alcune persone scomparse non furono mai trovate. Il console Piero Brandimarte dichiarò in un’intervista «noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia». Dunque, secondo Brandimarte, 24 erano state le persone da uccidere, ma ne furono uccise 22 perché due erano «scampati alla fucilazione». All’insistenza del giornalista, che gli faceva notare come questura e prefettura avessero comunicato un numero inferiore di vittime, Brandimarte ribadiva «gli altri cadaveri saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nelle fosse, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti».

In conclusione

Per quanto riguarda le responsabilà della strage, Brandimarte dichiarò in più occasioni (addirittura già il 19 dicembre 1922) che «abbiamo voluto dare un esempio [...] questa rappresaglia io la ritengo giusta. Noi abbiamo colpito senza pietà chi ci aveva provocato e abbiamo colpito i sovversivi nel loro covo di Barriera di Nizza. I comunisti sono avvisati» e che la rappresaglia era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata».

Brandimarte confermava, infine, che il capo «del fascismo torinese è l’on. De Vecchi. Egli ci ha telegrafato, come è noto, per condividere in pieno la responsabilità della nostra azione»

Mussolini, dal canto suo, telefonò al prefetto di Torino il giorno successivo alla strage per ordinare che venissero rilasciati i comunisti arrestati, premurandosi però di specificare che «Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzati di più». Il 22 dicembre stesso il governo emanò inoltre in fretta e furia un decreto di amnistia (Regio Decreto 1641 del 1922) in cui venivano amnistiati i reati di natura politica, purché commessi «per un fine, sia pure indirettamente, nazionale». Non erano così punibili i crimini fascisti, in quanto commessi per fini «non contrastanti con l’ordinamento politico-sociale», mentre erano punibili quelli dei «sovversivi» essendo essi volti ad «abbattere l’ordine costitutivo, gli organi statali e le norme fondamentali della convivenza sociale».

Solo dopo la fine del fascismo Brandimarte viene rinviato a giudizio per dieci degli omicidi commessi durante la strage. Condannato a 26 anni di reclusione (due terzi della pena condonati) nel 1950, nel 1952 viene poi assolto in appello per insufficienza di prove.

Fonti

Grandissima parte di questo post è liberamente estratta dalla pagina di Anarcopedia relativa alla strage. Chi l’ha redatta ha compiuto un grande lavoro di ricerca delle fonti, che sono sempre accuratamente citate e in alcuni casi da me verificate. Ai redattori di quella pagina va il 90% del merito.

Altre fonti qui, qui e qui.

Alla memoria

Ogni tanto rispunta la vecchia favoletta che Mussolini in fondo fosse tanto bravo. Che abbia fatto tante belle cose. Che in Italia si stesse bene. Peccato che poi si sia fatto trascinare dai cattivoni tedeschi nella guerra e nel disastro delle leggi razziali poi finito in olocausto.

Questa stronzata l’ho sentita parecchie volte; oggi un uomo di merda l’ha sfoderata nel peggiore dei momenti (casomai non lo sapeste oggi era la Giornata della Memoria, e anzi il (m/n)ostro è riuscito a tirarla fuori proprio all’interno di una manifestazione per la ricorrenza), ma non è certo una storia mai sentita.

D’altro canto a Torino abbiamo una piazza intitolata al XVIII Dicembre. È anche una fermata della metro, sulla quale una voce vellutatissima annuncia “Diciotto Dicembre” a ripetizione e ci si aspetterebbe forse che dopo centomila ripetizioni a qualcuno possa essere venuta una certa curiosità. Per verifica, ho provato un minuscolo sondaggio tra amici e conoscenti (che sono pure persone di cultura assai superiore alla media dei votanti di Berlusconi) e non ho trovato NESSUNO che sapesse esattamente cosa fosse successo il 18 Dicembre.

Per cogliere due e forse anche più piccioni con una fava, ho deciso di cimentarmi in una specie di reportage su quegli eventi. Le mie fonti saranno verosimilmente interamente reperite mediante internet. Niente che richieda un lavoro impegnativo o specialistico.

Prossimamente.

L’ing. in cucina

L’ingegnere è quel tipo di persona che per qualche recondita ragione gode come un mandrillo veramente in due sole situazioni: 1) quando capisce davvero come funziona qualcosa e 2) quando riesce a trasformare una cosa non funzionante in una funzionante.

La cucina è una di quelle attività in cui si possono eseguire in modo più o meno acritico delle ricette, con risultati più o meno aleatori, ma è anche una attività in cui capire come funzionano gli ingrendienti, le loro interazioni e in generale ragioni della riuscita (o meno) di un piatto è fondamentale per ottenere qualcosa che si collochi al di sopra del “mangiabile”.

L’ingegnere in cucina è quindi un ossesso sovente infelice e spesso frustrato perché magari non ottiene i risultati che vorrebbe (ma questo è un problema che deve risolvere) e perché a volte non capisce come mai seguendo una ricetta ottenga un obbrobrio. E quindi si incaponisce, si documenta, legge, prova, fa variazioni, e produce una serie di schifezze una peggiore dell’altra. Ma quando risce a risolvere il suo problema e a capire davvero il funzionamento di una ricetta e le interazioni tra gli ingredienti, e a produrre un piatto che è assolutamente perfetto secondo il suo modestissimo ma insindacabile giudizio (poiché spesso sperimenta in solitudine, e quindi chi può sindacare?), allora e solo allora l’ingegnere è felice. Anzi è estasiato.

Tutto questo per dire che oggi finalmente, dopo non pochissimi tentativi, ho prodotto un piatto di pasta cacio e pepe assolutamente meraviglioso. Ricetta ingannevolmente semplice.

La storia della politica italiana ovvero la parabola dei gelatai

Su una spiaggia lunga 1 km ci sono due gelatai. Per non farsi concorrenza dividono la spiaggia in due zone e ciascuno si pone al centro della sua, risultando così a 500 metri di distanza l’uno dall’altro e a 250 metri dagli estremi. In questo modo ogni bagnante non deve fare più di 250 metri per prendere il gelato.

Dopo un po’ un gelataio decide di avvicinarsi verso il centro della spiaggia allo scopo di sottrarre al concorrente una parte dei clienti che si trovano tra i due. Ma l’altro gelataio se ne accorge e si sposta di pari distanza.

Il processo si ripete finché i due gelatai si trovano nello stesso punto in mezzo alla spiaggia.

A questo punto alcuni bagnanti si trovano a 500 metri di distanza dal centro e rinunciano al gelato.

Di tanto in tanto compare un nuovo gelataio su una delle estremità della spiaggia e il processo riparte da capo.

(Vedi la legge di Hotelling o la pagina italiana da cui ho tratto quasi tutto il testo)

Piange

Dice Repubblica che Bossi piange e pensa al ritiro.

Dice mio padre (che bazzica il bancone dei soci COOP al supermercato) che ogni tanto viene trovato qualcuno che ruba. Non si tratta di persone alle strette con i conti che si trovano costrette a prendere di nascosto piu` mele di quelle che pesano sulla bilancia. Si tratta invece spesso di persone “normalissime” che rubano oggetti assoutamente superflui. Rossetti. Creme. Carciofini sott’olio “fior fiore coop”. Dvd e BluRay.

Spesso queste persone, quando vengono trovate a rubare, vanno nel panico. Piangono. Giurano che non lo faranno più. Implorano di non essere denunciate. Eccetera.

Ecco. Mi sembra la stessa cosa.

La somma arroganza

I programmi che quando li installi si mettono un cacchio di setting che dice “run when Windows starts”.

Come se uno dovesse usarli sempre. Come se uno non volesse usare niente altro.

E ovviamente quello è il default. Non li tollero :-/

Come le acciughe?

C’è un modo di dire, “stretti come acciughe” che vuol dire “stare molto stretti”, ed ha perfino un equivalente in inglese.

Epperò, se aprite un barattolo di acciughe, la verità che scoprirete è che ci stanno molto larghe. In effetti sono tutte attaccate al vetro, ma al centro del barattolo c’è solo olio.

È deludente. E sono sicuro che questo è una metafora di qualcosa, devo inquadrare esattamente cosa.

Regole

Ieri sera dopo anni di “astensione” mi sono trovato davanti ad un televisore acceso, e ho avuto il piacere di sciropparmi un “blocco” pubblicitario di dieci minuti. All’interno del blocco, almeno tre spot di auto (una era un SUV) basavano il loro “messaggio” su una sola idea che si può riassumere con: se sei “un figo” NON RISPETTI LE REGOLE. Si andava da messaggi come “non rispettare le regole, dettale” a “per chi non rispetta le regole” e così via. Ma che razza di messaggio è? Perché non viviamo in una civiltà in cui “rispettare le regole” sia un VALORE e non una cosa fessi?

Vecchia ma buona

Non abbiate paura

Non avrei mai pensato di intitolare un post con una frase di un papa, eppure è la più adatta che mi viene in mente. Perché penso che il risultato delle amministrative sia soprattutto espressione di un fatto: che la gente si è stancata degli spauracchi.

La campagna elettorale della destra è stata tremenda. Tutta giocata sulle paure più becere. La paura degli stranieri, degli zingari, dei gay, delle moschee, dei comunisti (ancora!?).

Penso che questi sentimenti siano cavalcabili solo finché sono relativamente nuovi. Non dico ovviamente che non ci siano problemi, ma col tempo si imparano tante cose, e i problemi si risolvono senza paura.

Sono stato in un locale meraviglioso, si chiama Bagni Municipali (nome invitante, eh), situato in un edificio che era, appunto, usato come bagni pubblici. L’occasione che mi ci ha portato era un aperitivo di finanziamento/promozione del prossimo Bike Pride, ma nello stesso momento si svolgevano nel locale una prima comunione di una bambina africana con annessa comuinità, un saggio di capoeira di giovani e giovanissimi allievi di un gruppo di ragazzi brasiliani, una merenda organizzata da alcune famiglie arabe con tanto di dolcetti con miele eccetera. Il tutto condito da una quantità di bambini e ragazzi di ogni etnia e religione che correvano da tutte le parti, mentre i loro genitori chiacchieravano tra loro lì intorno.

Questi sono i posti che i leghisti probabilmente vorrebbero vedere rasi al suolo per primi, ancora prima delle moschee. Perché posti così mostrano che loro hanno torto. Mostrano che, anche se i problemi esistono, e nessuno dovrebbe essere tanto stupido da ignorarli, esistono anche le soluzioni. Mostrano che è possibile una integrazione ed è possibile un futuro. E mostrano che non è proprio il caso di avere paura.

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